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IL DIRITTO DEI GENI

La conoscenza è scarsa in un mondo di brevetti. E' il limite, o meglio il pericolo, esplicitato a "Scienza e società", il secondo congresso internazionale del Consiglio dei diritti genetici, che si è svolto a Lastra a Signa, vicino a Firenze.
A Villa Caruso Bellosguardo, un'incantevole dimora con annesso giardino all'italiana, per tre giorni scienziati, giuristi, politici e società civile si sono confrontati sulla governance dell'innovazione
biotecnologica.
Il quadro emerso è quello del rischio, in parte già in atto, della paralisi della ricerca di base, perché l'uso strumentale dei brevetti fatto dalle grandi imprese senza una loro ridefinizione a favore dei beni comuni, cosa peraltro possibile secondo l'ex giudice costituzionale Valerio Onida presente tra i relatori, non permetterà un utilizzo sociale delle nuove scoperte scientifiche. L'estremizzazione finanziaria, utilizzata da venture capital nel proporre ai mercati ipotesi di applicazioni genetiche o proteomiche per nuovi farmaci pubblicizzati impropriamente come miracolosi, sta portando, e porterà, al reperimento di ingenti risorse economiche a favore di ipotesi, non di realizzazioni. Questo meccanismo è il contrario della filosofia dei brevetti, che in origine consentiva alle imprese di rientrare degli investimenti fatti attraverso lo sfruttamento commerciale delle invenzioni dell'ingegno. Attualmente, invece, non solo si mettono i brevetti o il copyright sul vivente privatizzandolo (sia esso un gene o un algoritmo), ma, grazie al clima culturale di determinismo ed estremismo riduzionista, si blocca l'uso sociale della scienza, che grazie a quest'uso perde anche di credibilità per gli errori provocati dallo sfruttamento inadeguato delle scoperte. In tale situazione si inseriscono le riforme universitarie iniziate nel '90, che hanno visto diventare gli atenei le sedi della ricerca esternalizzata dell'industria, e che hanno provocato il clima favorevole alla "indispensabilità" dello scienziato-imprenditore, anziché del ricercatore "puro", quello che, attingendo anche dalle conoscenze altrui, può consentire alla comunità umana di migliorare le proprio condizioni di vita. L'esito finale del processo in corso potrebbe essere di sguarnire completamente la ricerca di base, che deve permettere di fare scoperte per la società e di controllare le immissioni di nuovi materiali
e organismi viventi nella biosfera, non solo nell'onnipresente mercato. L'open source (licenza con codice aperto) può essere una delle risposte alla pervasività del mercato, così come la ridefinizione del campo di azione dei brevetti. Queste sono due proposte possibili emerse dal dibattito per ristabilire un equilibrio nel rapporto tra scienza e società, e sottrarlo al quasi monopolio con l'industria al quale le multinazionali, soprattutto della chimica e dell'agrobusiness, vorrebbero relegarlo. La sfida è iniziata a partire dalla nefasta abdicazione della politica dal government, che necessita dell'apposita scienza macchiavellica, alla "semplificazione" della governance, richiamata in modo garbato ma inequivocabile, dal presidente del Censis Giuseppe De Rita. La sfida al nuovo paradigma biotecnologico è iniziata e vede l'Italia all'avanguardia nel metodo, in nessun'altro paese europeo vi è stata un'alleanza così composita, dai consumatori ai produttori, e da destra a sinistra delle forze politiche. Il risultato di questa inedita alleanza, dalla quale è nata la coalizione "Liberi da ogm", ha consentito di rimettere in discussione l'assioma per cui la tecnologia e la scienza sono un bene in sé, a prescindere. Ciò è avvenuto in un processo di governance "degenerato", grazie anche all'alfabetizzazione di tutti i soggetti coinvolti a partire dai cittadini, che hanno dimostrato di essere più maturi e consapevoli di quanto descrivono, e vorrebbero che fosse, la casta ristretta di portatori di interessi particolari e speculativi.

Questa governance "modificata" ci riporterà al government? Probabilmente no, anche se l'auspicio resta, intanto nuove strade di partecipazione e di riaffermazione dei beni comuni e della cosa pubblica si fanno strada. Ed è utile alla società, in sé.

Fabio Fimiani
www.consigliodirittigenetici.org