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Editoriali

  • DAI SEMI DEL SUICIDIO DEI CONTADINI INDIANI AI SEMI DELLA SPERANZA…

    di Pasquale MONTALTO

    Il libro denuncia di Vandana Shiva “Semi del suicidio” (New Dehli, 1998 - 2006), coraggiosamente riproposto in Italia dalle Ed.ni Odradek (Roma, 2009), magistralmente curato da Laura Corradi, docente dell’Università della Calabria e che dell’India ha una conoscenza diretta, per i suoi continui viaggi di studio e ricerca sociologica attivati con le Università indiane e che porta anche una sua intensa e estesa e preziosa Introduzione, è tutto un grido di dolore, ma anche di speranza, come l’Autrice indica nel capitolo conclusivo del libro “Semi di vita, semi di libertà”, e che lei stessa persegue e sostiene attraverso il Progetto “Asha Ke Beej - Navdanya” e con l’iniziativa di ricerca partecipata: “Research Foundation for Science Technology and Ecology -RFSTE”, conosciuta a livello mondiale e raggiungibile attraverso il sito www.navdanya.org.
    Soprattutto dopo la lettura del terzo capitolo “Il suicidio dei contadini in Andhra Pradesh, Karnataka, Maharastra e Punjab”, con l’elencazione delle cifre del tasso d’incremento di suicidi da un trentennio a questa parte, da dopo che in India si è dato corso alla tanto decantata “Rivoluzione verde”, si rimane increduli, freddati nel cuore e nella mente, senza parola o residuo razionale di pensiero, per l’incredibile documentazione di situazioni e fatti che si stenta ad accettare e che riguardano la brusca impennata mortale da parte di agricoltori e contadini indiani, non più capaci di competere con il processo di globalizzazione e il potere di controllo su sementi, generi alimentari e relativi processi di produzione, esercitato da parte di potenti multinazionali. Negli ultimi tre decenni, scrive Vandana Shiva “la crescita dei prezzi dei fattori di produzione e della manodopera ha fatto lievitare i costi di produzione (di sei volte per il frumento, di sette per il cotone e di dieci volte per il riso). Di conseguenza, l’aumento dei costi di produzione ha portato all’aumento dell’indebitamento. Oggi, il 90% degli agricoltori del Punjab è intrappolato dai debiti”. Ed è una spirale senza via d’uscita, che porta come ultima conseguenza al suicidio: da una parte, la diminuzione dei raccolti, contro gli aumenti di produzione promessi dalle multinazionali nella vendita di sementi geneticamente modificate, dall’altra l’indebitamento per poter fronteggiare l’acquisto dei costosi fattori di produzione, sementi e additivi agricoli chimici, fertilizzanti e pesticidi, introdotti nell’agricoltura industriale indiana a seguito della globalizzazione dell’economia.

    “In tutta l’India” - dice l’Autrice - “gli agricoltori arrivano a compiere il gesto disperato di togliersi la vita per la pressione causata loro dalla globalizzazione e dal controllo sulla distribuzione dei semi esercitato dalle multinazionali”. E Andhra Pradesh, Karnataka e Maharashtra, sono gli stati indiani che hanno maggiormente sofferto e subito il fenomeno, pagando i costi sociali, ecologici e nel numero di agricoltori che hanno dovuto sacrificare vita e mezzi di sussistenza, dalla casa ai terreni. Dopo la lettura del libro si rimane proprio con un senso di vuoto e di tristezza inaudita, immobilizzati e incapaci anche di pensare: ma come, i semi dei beni base della vita, grano, riso, mais, cereali, frumento, da cui si sprigiona tutta l’energia donativa della Terra, ora, in circostanze particolari, possono invece diventare responsabili primi di morte.
    Un libro doloroso, quando se ne scoprono le ragioni, che grida giustizia, sin dalla copertina, dove c’è la macabra illustrazione di un cappio, quello col quale la povera gente, contadini, coltivatori, trovano la morte e che è diventato segno di una campagna di prevenzione da parte del governo. Oggi l’epidemia di suicidio è di tale portata, dice la curatrice del libro Laura Corradi, che “sono state attivate delle hot line, pubblicizzate nelle stazioni dei bus con la semplice immagine di un cappio e la dicitura - prima di fare questo, telefona”. Ed ecco il senso pieno del titolo del libro “Semi del suicidio … i costi umani”.
    I contadini, dopo raccolti infruttuosi e con piante infette e sementi sempre più costose da comprare, perché o ibride o con ingegneria tecnologica applicata, rimangono vittime di banche e di altre “Agenzie” di prestito (meglio “strozzini”). E questo ancor più passando dalla Prima alla Seconda Rivoluzione Verde, perché, dalla cooperazione tra Stati Uniti e India, venne introdotta l’ingegneria genetica applicata in agricoltura, con biotecnologie che prevedono nuovi tipi di sementi ibridi, dagli alti costi e la cui proprietà tecnologica rimane privata, e in mano a solo sei multinazionali, che commercializzano semi e prodotti finiti come merci private, dagli alti costi e che determina l’indebitamento degli agricoltori e il degrado della loro vita, perché schiacciati dalla vergogna e dall’ostracismo da parte della comunità d’appartenenza. A volte c’è l’estremo tentativo di trovare un rimedio con la vendita di parti del proprio corpo, come i reni, prima del suicidio.
    Un libro che senza peli sulla lingua né inutili diplomazie dice chiaramente come stanno le cose e fa luce sui rischi ecologici degli Ogm ( Organismo Geneticamente Modificato, in cui il genoma è stato modificato tramite moderne tecniche di ingegneria genetica e che contrasta il fenomeno naturale della biodiversità spontanea). Nel testo V. Shiva (pgg.103-107) riporta la dichiarazione di Ms Elaine Ingham (Prof.ssa al Dipartimento di Botanica e Patologia delle Piante dell’Oregon State University, Usa) che dice: “qualsiasi organismo geneticamente ingegnerizzato per essere rilasciato nel mondo reale, libero dalla situazione di un laboratorio controllato, dovrebbe essere trattato come un potenziale agente di rischio come nei fatti è”. E si punta anche l’indice contro l’inadeguatezza delle attuali regole sulla biosicurezza sia dal punto di vista politico che ecologico: “La promozione dell’ingegneria genetica da parte di multinazionali come Monsanto può essere basata soltanto su metodi dittatoriali e coercitivi. Con tali premesse, l’ingegneria genetica applicata in agricoltura è contro la natura e contro le persone”.
    Oggi grande timore incute soprattutto la tecnologia chiamata “Terminator”, usata per produrre taluni tipi di piante le quali, attraverso la manipolazione genetica, producono un seme sterile, come supposta “garanzia” di sicurezza per le piante Ogm, quanto in realtà “essa è stata sviluppata dalle multinazionali del biotech nonché dal governo Usa per impedire ai coltivatori di ripiantare il seme prodotto dal raccolto, ma soprattutto per aumentare il margine di profitto dell’industria delle sementi”. I geni provenienti dalle piante Ogm stanno comunque causando ugualmente una pericolosa contaminazione verso la biodiversità agricola. “Gli studi confermano che il Dna del mais Ogm ha contaminato il mais tradizionale coltivato dagli agricoltori indigeni nel Messico”, riporta Vandana Shiva ( pg. 82), “Ma la tecnologia Terminator è complessa ed è improbabile che sia efficace o certa al 100%”. Così la sterilità del seme assicura un monopolio più forte di quanto non abbiano già fatto i “brevetti”, la registrazione del patrimonio genetico della pianta, messi in atto dalle multinazionali sui semi trattati tecnologicamente.
    Si capisce bene come quest’idea, di prospettiva economico - alimentare, sia solo irrazionale, come irrazionale è l’abbandono della biodiversità, con pericoli verso il futuro alimentare degli uomini in ogni parte della terra. Certo i contadini non hanno mezzi per poter contrastare l’avanzata delle multinazionali o modificare i loro programmi di assurdo sviluppo agricolo, ma far perdere potere ai coltivatori diretti indiani e ai piccoli contadini, basato sul libero scambio delle sementi, a favore di un’agricoltura intensiva nelle mani di poche multinazionali, è un tema che interessa non solo l’India ma il mondo intero, in quanto male peggiore che si possa pensare e che non può che produrre insicurezza alimentare, distruggendo la biodiversità su scala mondiale e con gravi pericoli e rischi sui sistemi di controllo e distribuzione alimentare.
    Vandana Shiva nelle conclusioni del suo libro offre allora delle proposte reali e concrete per uscire dall’”impasse”, e che dovremmo non sottovalutare ma seguire quasi alla lettera, poiché rappresentano una vera via d’uscita dall’ecatombe ingiusta e violenta che ha colpito e continua a colpire contadini e coltivatori in India, la classe operaria tutta nel resto del mondo. Ecco allora che “La lotta di liberazione dalla seconda colonizzazione del cotone”, ben dice Vandana Shiva (pg.169), “deve avere al suo centro le sementi: le sementi indigene sono ancora reperibili in molte parti dell’India, il cotone biologico ha il potenziale per diventare la via verso la prosperità per gli agricoltori … l’uso di sementi indigene e la pratica dell’agricoltura biologica sono simultaneamente una forma di resistenza al monopolio delle multinazionali come la Monsanto e la rinascita di un’agricoltura che porta alla fertilità del suolo e alla prosperità degli agricoltori”. Insomma una repentina e necessaria, urgente, marcia indietro, verso il recupero di quei semi che assicurano la biodiversità contro le monoculture delle multinazionali, e che costituiscono la norma dell’agricoltura biologica in ogni parte del mondo.
    Un immediato abbandono, dunque, della facile illusione della Prima e della Seconda Rivoluzione Verde, nelle mani di poche multinazionali, per restituire invece valore alle sementi naturali e dignità agli agricoltori, come loro legittimi proprietari. Anche le forze politico governative sembra si siano convinte della validità di quest’azione e della necessità di sostenere l’economia biologica contro ogni deformazione e modificazione genetica dei prodotti, soprattutto quando si tratta di prodotti alimentari, come melanzane, pomodori, patate, verdura.
    Auguriamoci veramente, con Vandana Shiva e Laura Corradi, con le Ed.ni Odradek, e con quanti altri stanno oggi contribuendo a diffondere e sostenere questa sana conoscenza, per una equilibrata cultura alimentare, che dalle sementi della morte possano nascere i semi della vita e della libertà, nello sforzo congiunto, di tutta la comunità globale, di preservare e proteggere le varietà dei semi in tutte le stagioni e recuperare le produzioni e le coltivazioni ecologicamente sostenibili, che erano state abbandonate a favore delle rischiose tecnologie di ingegneria genetica. Rischi che è possibile si possano poi estendere, dai vegetali e dagli animali, anche agli esseri umani ad opera di un progresso agricolo economico non sostenibile. E’ però sperabile che il sacrificio e il costo di tante vite umane possa far rinsavire la mente dell’uomo, umanizzando tutto il settore dell’economia in termini di sostenibilità.
    Una finestra, di sicuro interesse integrativo e di approfondimento socio psicologico, è quella che la curatrice Laura Corradi apre sulla ricerca di senso e sul significato profondo del suicidio, estendendo il discorso dalla specificità dei contadini indiani alla condizione che vivono oggi gli operai, i lavoratori, su scala mondiale. Come a dire che il riscontro con l’incremento del tasso di suicidi, non è un fenomeno solo indiano o esclusivamente legato alla commercializzazione delle sementi dei generi di prima necessità, ma è una complessa e urgente realtà da prender in considerazione e che riguarda tutte le altre grandi Nazioni del mondo, tra cui l’Italia, perché legata al processo di globalizzazione e all’evoluzione di un’economia di mercato dominata dalle multinazionali, che rimangono ancorate esclusivamente all’efficienza del profitto lavorativo, posto al di sopra di ogni rispetto delle conquiste fatte dalla classe dei lavoratori, con perdita della comprensione della condizione della persona e della dignità umana.
    In quest’ottica il riferimento sicuro di partenza ancor oggi valido, per una equilibrata valutazione del suicidio, non può che essere l’opera “Le suicide” (1897) di Emile Durkheim (1858 – 1917), grande padre fondatore della sociologia moderna, al quale Laura Corradi rende effettivamente merito, rifacendosi proprio ai suoi studi nella sua Introduzione, per poi sottolineare l’ondata vertiginosa di suicidi che sta attraversando la nostra società globale e dovuta a cause multidimensionali e sommative, come la grave crisi finanziaria che sta scuotendo il mondo, la perdita di posti di lavoro, il ricorso alla cassa integrazione, rapporti difficili in famiglia, l’aumento di stress, crisi di identità, insicurezza, tensioni, litigi, aggressività, depressione … tutti segnali, o meglio “sintomi”, indicatori sociali di una società malata.
    Il suicidio, gesto individuale, trova, dunque, in realtà la sua vera causa nel contesto sociale e ambientale - psicologico in cui maturano gli scambi economico - lavorativi e le relazioni di vita, chiedendo anche aiuto, per la comprensione del fenomeno, soprattutto agli approfondimenti sviluppati dalla psicologia sistemico relazionale e applicati al contesto lavorativo. Il suicidio è un atto socialmente determinato, un “venir meno della coesione del gruppo sociale di appartenenza. Non vi sono dei suicidi; vi sono solo delle persone “suicidate””, per come sostiene Franco Ferrarotti (1979), in una delle sue tante e lucide analisi della società contemporanea occidentale, in quanto problema e in quanto progetto.
    Un utile Glossario è posto a chiusura del libro e Laura Corradi non manca di ringraziare le persone che in vario modo hanno contribuito alla buona realizzazione dell’intero lavoro: Claudio Meloni, Irene De Franco, Marta Balocchi, Emanuele Achino, per quanto riguarda le traduzioni dei singoli capitoli, Alice Pinto per i termini in hindi e Carmen Argondizzo per i riscontri di lingua

     
    Il titolo originario dell'articolo è "DAI SEMI DEL SUICIDIO DEI CONTADINI INDIANI AI SEMI DELLA SPERANZA DELL’INTERO GENERE UMANO SEGUENDO TESTIMONIANZE, DENUNCE E GRIDA DI DOLORE RACCOLTE E FATTE CONOSCERE AL MONDO INTERO DA VANDANA SHIVA

     

    (Vandana SHIVA Semi del suicidio. I costi umani dell’ingegneria genetica in agricoltura, Odradek Edizioni, Roma, 2009, pp.200, € 20,00, Introduzione e cura di Laura CORRADI)

  • PEDONI, PEDALI E PENDOLARI: IL 4 MAGGIO PER UNA NUOVA MOBILITA'

    L’Italia ha ipotecato il futuro delle opere pubbliche e della mobilità approvando progetti per nuove autostrade e nuove linee ad alta velocità ferroviaria che costeranno complessivamente oltre 130 miliardi di euro, offriranno ulteriori occasioni di business alla malapolitica e alla criminalità organizzata, sottrarranno al Paese territorio e bellezza spesso senza offrire un servizio migliore alla collettività.
    Per soddisfare la domanda di mobilità del 2,8% delle persone e delle merci (è questa la quota di spostamenti quotidiani superiori ai 50 chilometri) si impegna il 75% dei fondi pubblici destinati alle infrastrutture del settore, mentre all’insieme degli interventi per le aree urbane e per il pendolarismo (dove si muove il 97,2% della popolazione) lo Stato destina solo il 25% delle risorse, puntando spesso e ancora una volta su nuove strade, tangenziali e circonvallazioni piuttosto che sul trasporto collettivo o su quello non motorizzato.
    C’è un’urgente necessità di riorientare le risorse pubbliche concentrando la spesa laddove si concentra la domanda di mobilità e nello stesso tempo va avviato un radicale ripensamento del settore dei trasporti, sostenendo attraverso scelte strategiche le persone che quotidianamente si muovono usando i treni locali, i bus, i tram e le metropolitane, la bici e le proprie gambe e dando a chi usa l’automobile l’opportunità di scegliere un’alternativa più efficiente, più sicura, più economica.
    La #MobilitàNuova si propone di avviare una trasformazione e una rigenerazione della società che va molto al di là della semplice trasformazione degli stili di mobilità individuale e punta a un deciso ridimensionamento del binomio auto+altavelocità. Una scelta, quest’ultima, egoista, dispendiosa, vecchia e inefficiente, che produce inquinamento, incidentalità stradale, danni sanitari, congestione, consumo di suolo e sprawling, aggressione al patrimonio storico, artistico e paesaggistico, iniquità sociale, alienazione e inaridimento delle relazioni sociali.
    Al contrario una #MobilitàNuova che ruota attorno a quattro perni – l'uso delle gambe; l’uso delle bici; l'uso del trasporto pubblico locale e della rete ferroviaria; l'uso occasionale dell'auto privata (sostituita in tutti i casi in cui è possibile da car sharing, car pooling, taxi) – modifica lo spazio pubblico e la sua destinazione d'uso, rafforza i legami comunitari tra le persone e tra le persone e il luogo dove vivono, studiano e lavorano, stimola un’economia agroalimentare basata sul km0, crea lavoro stabile, contribuisce a far crescere la percezione di sicurezza attraverso strade e piazze più vissute e frequentate. In altre parole rende le città e il territorio più bello e migliora la qualità della vita.
    E’ per questo che ti chiediamo di entrare nella Rete per la #MobilitàNuova, illustrando come questa nuova mobilità può incidere positivamente sui temi che ti stanno a cuore e indicando le tue priorità programmatiche sul tema da indirizzare ai decisori politici.
    Insieme daremo vita a questa campagna collettiva e individuale, orizzontale e partecipata, che si articola in due momenti diversi.
    Sabato 4 maggio a Milano manifestiamo per imporre ai decisori politici una rivoluzione della mobilità che parta proprio da un riequilibrio delle scelte politiche e delle risorse pubbliche destinate al settore dei trasporti, dando insieme visibilità e sostegno alle vertenze nazionali e locali contro quelle opere pubbliche stradali, autostradali e ferroviarie inutili e dannose per il Paese.
    Mentre a partire dal 4 maggio lanceremo insieme una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare (obiettivo un milione di adesioni) che vincoli almeno i tre quarti delle risorse statali e locali disponibili per il settore trasporti a opere pubbliche che favoriscono lo sviluppo del trasporto collettivo e di quello individuale non motorizzato.

    Rete per la #MobilitàNuova

  • IN MARCIA PER IL CLIMA

    Il clima sulla Terra sta cambiando, ma tardano decisioni condivise ed efficaci della politica per contrastare questa emergenza planetaria. Spetta dunque a noi sollecitarle e soprattutto operare un profondo cambiamento culturale e politico che incida sui modi di produzione e consumo, che fermi la febbre del Pianeta.

    Dobbiamo farlo per noi e per tutti gli esseri viventi, per salvare le tante aree d'Italia e del Mondo che già oggi subiscono le conseguenze dei cambiamenti climatici, per garantire la bellezza dei nostri paesaggi e la biodiversità, per tutelare la ricchezza dei territori, del mare e della nostra agricoltura in termini di qualità e quantità delle produzioni, per risolvere i fenomeni di dissesto idrogeologico e stress idrico. Dobbiamo farlo per permettere a tutti di vivere in pace in città e paesi più belli e ospitali, per liberarci dalle guerre e dai conflitti che nascono per il controllo delle risorse energetiche non rinnovabili sempre più scarse, delle fonti alimentari, dei beni comuni come l’acqua. Dobbiamo farlo per dare ai bambini e ai giovani di oggi una prospettiva desiderabile, un futuro per cui crescere.

    Possiamo farlo perché oggi le conoscenze tecnologiche ci permettono di ripensare il modo di produrre energia e di consumarla per muoverci, abitare, produrre senza dilapidare le risorse comuni quali l'acqua, il suolo, l'aria, la vita sulla Terra e perché possiamo costruire la collaborazione con il mondo dell’educazione e della formazione, dove grandi sono la sensibilità e le capacità professionali.

    La rivoluzione che vogliamo ha degli obiettivi precisi, si propone subito, in tutta Europa e nel mondo, di ridurre in dieci anni del 20% il consumo complessivo di energia attraverso risparmio e maggiore efficienza, di far dipendere per almeno il 20% il fabbisogno energetico da fonti rinnovabili e di ridurre del 30% le emissioni di gas che alterano il clima sulla terra.

    L’Italia fino ad oggi ha marciato in direzione opposta, aumentando i propri consumi di combustibili fossili. Ora dobbiamo dimostrare al mondo di saper invertire la tendenza, di saper partecipare ad un nuovo progresso, di essere capaci di innovare a partire dal formidabile giacimento dei nostri saperi, dei nostri giovani, dei nostri territori, delle nostre esperienze di produzione e di consumo innovative, come l’agricoltura biologica.

    Una conversione che ci appare desiderabile, perché può migliorare subito il nostro benessere e qualità della vita, perché aiuta la coesione sociale, la pace e la sicurezza internazionale, promuove una più equa distribuzione delle risorse del pianeta e garantisce a tutti il diritto di accedervi.. Unendo le forze possiamo vincere le potenti lobby dell'economia dello spreco, così come l'inerzia dei piccoli e grandi privilegi e il conservatorismo delle cattive abitudini. Una conversione su cui investire risorse e competenze perché può produrre grandi benefici per la qualità del lavoro di donne e uomini, in Italia e nel mondo, e rendere la globalizzazione più equa e sostenibile.

    Possiamo cambiare il modello di sviluppo promuovendo la partecipazione delle persone nelle scelte che riguardano l’ambiente, le infrastrutture, i beni comuni, incentivando pratiche produttive, industriali ed agronomiche, rispettose dell’ambiente, orientate verso obiettivi di qualità, verso il benessere delle persone e delle comunità. E’ questa una prospettiva a cui il mondo della produzione può dare un grande contributo per un nuovo modo di produrre e per rendere il Paese più competitivo.

    Cambieremo i nostri stili di vita, le scelte di consumo, comprese quelle legate alle produzioni animali, le consuetudini quotidiane, chiedendo e premiando nel contempo lo scambio di nuovi beni, l'erogazione di nuovi servizi, capaci di rilanciare l’occupazione, di garantire la coesione sociale, di migliorare le relazioni tra tutte le donne e gli uomini, di avere paesi e città meno inquinati e un Italia sempre più bella.

    E' necessario essere in tanti per cominciare a realizzare una conversione, a firmare questo contratto col Mondo e aderire volontariamente ai precisi impegni di riduzione delle emissioni di gas climalteranti, ognuno nelle scelte della propria vita e della propria comunità.

  • Un futuro per l’agricoltura milanese.

    Dai dati desunti dal Piano Agricolo Triennale, Milano è la quinta provincia agricola della Lombardia, con oltre 90.000 ettari coltivati, circa 1.200 stalle con più di 100 mila bovini, una Produzione lorda vendibile (cereali, carni, uova, latte, ortaggi, fiori e piante) che vale oltre 370 milioni di euro; ma il vero plusvalore dell’agricoltura milanese sta nella capacità di combinare tradizione, tipicità, qualità e innovazione in un insieme di situazioni difficilmente rintracciabile in altre zone agricola nazionali ed europee.
    Il valore della produzione agricola provinciale degli ultimi 5 anni, determinato tramite la Plv è diminuito.
    In questo arco di tempo si è assistito ad un processo di riorganizzazione del settore che ha portato alla riduzione degli ettari coltivati, alla diminuzione dei capi allevati e di conseguenza alla contrazione del giro d’affari imputabile al settore. In generale il valore della produzione zootecnica supera sempre di qualche punto percentuale quello della produzione vegetale.
    Il contributo più consistente al bilancio provinciale è da attribuire al settore latte (32,7%), seguito da quello del florovivaismo (23,9%) e dai cereali (16%, di cui l’8,4% è mais e il 5,1% è riso).
    Le carni, suine e bovine, rappresentano rispettivamente il 7,5% e il 6,9% della ricchezza prodotta dall’agricoltura mentre le orticole contribuiscono nella misura del 6,6%.
    Analizzando i dati possiamo dire che il maggior apporto alla Plv di origine vegetale (50%) è dato in assoluto dalle colture floricole e dai vivai: si parla di valori cresciuti notevolmente negli ultimi anni, che oggi arrivano a sfiorare gli 85 milioni di euro.
    Nel settore della zootecnia specializzata il settore lattiero-caseario da solo concorre al 63% della Plv animale, seguono le carni suine e quelle bovine (rispettivamente 14% e 13%) e infine la produzione di uova (5%).
    La realtà agricola milanese rischia di essere fortemente compromessa dalla realizzazione delle seguenti infrastrutture stradali e autostradali in primo luogo dalla Tangenziale est esterna (Tem) che, lungo un tracciato di 40 km attraversa territori agricoli inclusi nel Parco Agricolo Sud Milano prevedendo 12 svincoli. Strettamente collegata è la cosiddetta Direttissima Milano-Brescia (Brebemi) che si innesta sulla Tem all’altezza di Melzo.
    Da queste due direttrici si di partono potenziamenti della viabilità esistente, necessari a far fronte agli aumentati flussi di traffico: raddoppio della SS 415 Milano-Crema, potenziamento della SP 14 Rivoltana, potenziamento della SP 103 Cassanese, bretella di raccordo Tem-SP 13 Cerca, all’altezza di Melegnano.
    Sul versante ovest della provincia le opere più preoccupanti per le aree agricole sono costituite dal sistema di accesso alla Fiera e all’aeroporto di Malpensa.
    In particolare il collegamento tra la SS 11 Padana superiore e la Tangenziale ovest che coinvolge il territorio abbiatense-magentino, con 14 svincoli e che si raccorderà a nord con la Boffalora-Malpensa.
    A ciò si aggiunge la variante alla SS33 del Sempione e il sistema viabilistico Pedemontano costituito da quasi 80 km di autostrada che andrà a interessare non solo la provincia di Milano, ma anche altre provincie lombarde.
    Oltre agli interventi sulla viabilità va segnalata la richiesta, da parte dei Sindaci, di modifica dei confini del Parco Agricolo Sud Milano, la realizzazione del CERBA e l’impatto dell’Expo 2015.
    L’agricoltura nella provincia di Milano è destinata ad assumere sempre maggiore importanza nello sviluppo delle città e del territorio.

    La vicinanza della città può offrire opportunità importanti alle aziende agricole legate alla prossimità ad un potenziale mercato, attraverso:

    • l’accesso a prodotti alimentari freschi e di qualità e servizi per i cittadini e gli enti locali;
    • il contributo alla riduzione del tasso d’inquinamento e miglioramento del bilancio energetico;
    • il contributo alla creazione del paesaggio.

    L’agricoltura ha assunto un nuovo ruolo, non solo produttrice di alimenti, ma anche depositaria di valori e di stili di vita da recuperare e inoltre capace di gestire in modo equilibrato le risorse naturali e ambientali, risorse limitate e non riproducibili, per gli abitanti della città e dei territori urbanizzati.
    Una moderna impresa rurale è una professione impegnativa che richiede buona cultura e una presenza continua; il valore delle aree agricole si fonda sulla difesa del suolo agricolo e sulla qualità delle produzioni cui la multifunzionalità può apportare un contributo aggiuntivo non sostitutivo.
    Sull’agricoltura e sul territorio agricolo si sono riversate e si riverseranno gli effetti di trasformazioni profonde a livello regionale, nazionale e internazionale con dinamiche anche contraddittorie:
    *1.il consumo di suolo e delle altre risorse naturali a causa dello sviluppo urbanistico;

    2.lo sviluppo della domanda mondiale di prodotti agricoli;

    3.l’impiego di prodotti e suoli agricoli per la produzione di energia.*

    Sul tema del consumo di suolo dobbiamo prendere atto e riconoscere che non è possibile individuare un solo responsabile. A Milano il consumo di suolo presenta un andamento che cresce più della popolazione. Il territorio agricolo è considerato comunemente come territorio libero, cioè in attesa di essere riempito, occupato, colmato.
    I consumi non sono tutti uguali e bisognerebbe riuscire a distinguere tra usi del suolo compatibili da quelli che potrebbero determinare impatti irreversibili.
    Non parliamo solo dell’abusivismo, ma del consumo legale di suolo, quello che viene autorizzato in virtù di varianti e piani urbanistici, che espande man mano i confini delle città e realizza infrastrutture irrazionali che poi collega con strade e autostrade e bretelle creando non luoghi, e cancellando valori identitari.
    Una serie di fattori concorrono a questo uso dissipativo del suolo. Da un lato la pianificazione solitaria di migliaia di comuni che, grazie allo sviluppo immobiliare, tamponano nel breve termine i loro problemi di bilancio, grazie agli oneri di urbanizzazione e all’ applicazione dell’ICI, che per i piccoli comuni può arrivare a rappresentare oltre il 50% delle entrate. E’ forte la mancanza di un livello di pianificazione su una scala territoriale più vasta. Come del resto la crescita di valore dei suoli non è un fenomeno naturale ma la conseguenza di decisioni urbanistiche. Né si può comunque ignorare che molto del costruito è inutilizzato (capannoni, palazzi ad uso ufficio, case).
    Anche la proposta delle città verticali, circondate da verde urbano non riduce il consumo di suolo. Il poco verde messo a disposizione dei cittadini non compensa il verde che viene invece divorato dallo sviluppo degli insediamenti diffusi e dalle infrastrutture connesse.
    Fino ad oggi nessun provvedimento è stato preso per tutelare l’agricoltura produttiva nei pressi delle città, ad esempio la nuova PAC ha escluso le aziende agricole comprese nei territori urbani con densità di popolazione superiore ai 200 abitanti per km quadrato dai finanziamenti destinati alla multifunzionalità (Asse III). E’ proprio in questi poli urbani che le funzione dell’agricoltura sono importanti perché costituiscono una barriera all’inquinamento, un mercato di prossimità di prodotti freschi, un supporto per lo svolgimento di servizi utili alla città e ai cittadini come la manutenzione del verde e l’offerta di servizi turistico ricreativi. Accade invece che piuttosto che continuare la propria attività molti imprenditori cedono di fronte alla proposta di vendere o fuggono di fronte alle proteste di cittadini infastiditi dalle attività agricole.
    L’attività di conduzione agricola garantisce la manutenzione di vaste porzioni di territorio e la sopravvivenza di alcuni dei contesti ambientali più rappresentativi del paese.
    La riduzione delle riserve d’acqua, a causa dei cambiamenti climatici si accompagna all’uso dissennato della stessa, imbrigliata a monte da un sempre maggior numero di operatori e deviata a valle dagli interventi edilizi, così che ogni anno la disponibilità per la produzione agricola è sempre più incerta.
    L’agricoltura irrigua ha una rilevanza economica e sociale e importanti ricadute sul vasto indotto, sulla filiera agro alimentare e sull’occupazione; strettamente connesso alla valutazione economica deve essere considerato il ruolo fondamentale dell’irrigazione sull’assetto territoriale, principalmente attraverso il rimpinguamento delle falde idriche sotterranee cui attingono anche le altre utilizzazioni civili ed industriali, i riusi e gli usi plurimi delle acque irrigue e lo sgrondo delle acque meteoriche provenienti dai centri abitati, dalle industrie e dalle grandi infrastrutture (autostrade e ferrovie).
    Nella città i tassi d’inquinamento superano ampiamente i limiti consentiti mentre l’agricoltura che potrebbe contribuire ad assorbire quote importanti di CO2 viene sempre più allontanata da essa.
    Negli ultimi mesi, i prezzi dei prodotti agricoli e del latte hanno ripreso a crescere dopo anni di immobilismo.
    Alla base di ciò vanno considerati alcuni fatti contingenti, quali la diminuzione dell’offerta di prodotti lattiero-caseari da parte di alcuni paesi esportatori – Australia e Nuova Zelanda – conseguenti agli effetti di una devastante e prolungata siccità, e l’aumento della domanda di prodotti alimentari da parte di Cina e India che, grazie a tassi di crescita sempre più elevati, si sono avviati a modelli di consumi alimentari sempre più simili a quelli occidentali dando luogo a una richiesta di materie prime, come il latte, il frumento, il mais.
    L’agricoltura può dare un notevole contributo alla produzione di agroenergia, è necessario però definire delle priorità che realizzino il miglior valore aggiunto per le imprese agricole facendo salva la sostenibilità ambientale e sociale. Lo sviluppo delle agroenergie non può essere realizzato penalizzando le altre filiere agricole. Bisogna mettere in atto politiche che realizzino una crescita equilibrata delle agroenergie valorizzando il patrimonio forestale, utilizzando tutti gli scarti di produzione come le potature, le deiezioni zootecniche e tutti gli altri prodotti e infine recuperando le superfici a set aside per la produzione di colture energetiche. Riaffermiamo, per la provincia di Milano, il valore di una agricoltura produttiva e sostenibile, che sa coniugare al proprio interno tutte le espressioni della multifunzionalità, delle quali le agroenergie sono una parte importante ed innovativa.
    La nostra agricoltura milanese tutela il paesaggio che è il bene collettivo più prezioso, e che è espressione dei caratteri identitari della nostra provincia.
    Abbiamo bisogno di grandi cambiamenti. Codici e tutela del paesaggio e dei paesaggi certamente, ma innanzitutto un’agricoltura produttiva come migliore garanzia della tenuta del paesaggio.
    Serve un quadro di riferimento per i comuni che vogliono scegliere politiche di sviluppo differenti e che considerano il paesaggio agricolo in una funzione produttiva e ambientale, che riconoscono valore al paesaggio mediante oneri di urbanizzazione anche più elevati che si trasformino in maggiori risorse agli agricoltori per promuovere iniziative di valorizzazione del territorio e dell’ambiente. Prevedere entrate alternative agli oneri di urbanizzazione per quei comuni che tutelano il territorio.
    Ciò darebbe spazio naturalmente alla vendita diretta dei prodotti agricoli e ad una agricoltura che essendo di prossimità è fortemente relazionata con le città che usufruirebbero di prodotti freschi e accessibili .

    L’agricoltura oggi si sta indirizzando verso sistemi di produzione innovativi e ad alto valore, ma occorre che le risorse naturali, e cioè terra ed acqua, non siano fattori limitanti per la produzione agricola, come sono numerosi gli imprenditori agricoli che stanno ricostruendo i paesaggi agrari con impianti di siepi e filari tipici e ricostituzione degli ecosistemi.
    Il paesaggio rurale milanese è il risultato di una storia millenaria in cui molte civiltà e culture diverse si sono stratificate, costituendone l’identità culturale.
    Un numero elevatissimo di piante, di tecniche di coltivazione, di tecniche irrigue che queste civiltà hanno portato in Italia ha reso unico il nostro paesaggio agrario provinciale. L’agricoltura produttiva e la tutela del paesaggio non sono antitetici.
    Il nuovo paesaggio non può che essere ancora una volta l’insieme delle identità culturali, del gran numero di biodiversità di spazi e di specie create, aggiunto alle produzioni di qualità, al turismo rurale e ai servizi del paesaggio.
    Il nuovo paesaggio può essere solo quello dell’agricoltura produttiva, multifunzionale, responsabile che con le sue funzioni collabora con le città. Senza di essa non può esservi paesaggio ma solo territorio che molto presto sarà preda dell’incendio grigio, che divora irreversibilmente migliaia di ettari.
    Pensiamo sia importante:
    la costruzione di un sistema di conoscenza che, assumendo come riferimento le aree a maggior valore agronomico, metta a confronto un insieme di indicatori che evidenzi geograficamente gli investimenti comunitari a sostegno delle aziende e di interventi ambientali, la permanenza di valori naturalistici e storico-culturali e gli elementi di biodiversità;
    la convergenza di più discipline e di più strumenti di piano che porti ad un confronto tra più opportunità di sviluppo a livello sovracomunale considerando tutele, vincoli , vantaggi e svantaggi, valorizzazioni e compensazioni;
    raccogliere informazioni relative ai caratteri agronomici, paesaggistici e naturalistici, idrogeologici e funzionali dello spazio rurale;
    utilizzare un metodo che restituisca una geografia ragionata delle diverse caratteristiche dei suoli e del territorio che vada oltre la stessa questione delle aree destinate all’attività agricola; uno strumento di conoscenza più generale, utile per identificare, attraverso criteri decisionali più consapevoli, le scelte d’uso del suolo.

    Noi chiediamo che:

    *1)gli spazi agricoli siano riconosciuti sul piano sociale, politico ed amministrativo e tutelati con azioni e norme specifiche peculiari per l’agricoltura inserita in poli urbani;

    2)le aree metropolitane siano dotate di efficaci strumenti di pianificazione, di assetto territoriale e di risorse finanziarie per evitare che le aree agricole siano sottoposte a processi di urbanizzazione tali da comprometterne l’esistenza come tessuto organico, limitando il consumo di suolo;

    3)all’agricoltura dei poli urbani sia garantito uno sviluppo dinamico e sostenibile attraverso politiche mirate.*

    Per il raggiungimento di questi obiettivi, riteniamo necessario attuare le seguenti iniziative e azioni:
    *- applicare strumenti giuridici di pianificazione territoriale che integrino la gestione urbanistica degli spazi agricoli con le politiche agricole per bilanciare destinazioni diverse dei suoli agricoli;

    • regolare con strumenti legislativi specifici e trasparenti la cessione temporanea dell’uso dei terreni (contratti);
    • stimolare l’iniziativa degli enti pubblici potenziando il principio di sussidiarietà;
    • introdurre entrate alternative agli oneri di urbanizzazione per i Comuni che riducano la pressione speculativa sui suoli;
    • introdurre la “valutazione di impatto agricolo” ogni volta che si vogliono effettuare interventi che prevedano perdite di suolo agricolo.*

    Nelle aree agricole le modificazioni della PAC potrebbero pertanto consentire:
    *- alle amministrazioni comunali di promuovere in tempi rapidi e costi contenuti consistenti iniziative di riqualificazione ambientale con vantaggi dal punto di vista paesistico ed ecologico (diminuzione delle emissioni, diminuzione dell’inquinamento delle falde, aumento delle emissioni di ossigeno);

    • di avere una dotazione di servizi pubblici, quali percorsi ciclopedonali, parchi urbani, ecc. in affitto con costi decisamente inferiori a quelli derivanti dalle procedure tradizionali di acquisizione, realizzazione e gestione diretta. In questo senso può essere anche considerata una misura da inserire tra le politiche dei piani dei servizi.*

    Nei comuni del milanese si stanno sviluppando esperienze e strumenti per affrontare in modo nuovi il tema dell’agricoltura nelle aree urbane. I Comuni di Monza e di Mediglia hanno scelto di introdurre all’interno del loro PGT un profondo cambiamento nei confronti dell’agricoltura, abbandonando la logica risarcitoria e puntando a far divenire gli agricoltori partner e a far fruire ai cittadini i terreni agricoli facendo svolgere loro il ruolo di parco mediante contributi agli agricoltori, provenienti dagli oneri di urbanizzazione, al fine di favorire cambiamenti produttivi, aumentare la piantumazione delle aree e consentire l’accesso al pubblico.
    L’agricoltura nell’area milanese è un elemento insostituibile che può consentire più funzioni per la vita dell’uomo: in particolare un modello insediativo più sostenibile, un paesaggio urbano fondato su un più equilibrato rapporto tra le funzioni produttive agricole, quelle ecologiche e quelle economico insediative.
    Sotto questo profilo le imprese agricole milanesi devono assumere il significato di un bene patrimoniale della città: un giardino dove possiamo accedere a prodotti freschi, come un tempo il giardino della cascina lombarda, e dove possiamo comunicare, contemplare, incontrare e ascoltare.

    I Presidenti di Cia, Coldiretti e Confagricoltura

  • MILANO 2015: L'EXPO DELLE OCCASIONI E DEI PERICOLI.


    Fabio Fimiani di Radio Popolare

    Un'occasione per l'Italia. Con alcuni rischi.
    L'esposizione universale del 2015 a Milano potrà essere un evento per rilanciare la città e la sua area metropolitana, e anche per mettere in buona luce l'Italia. Certamente non arresterà il processo di declino del paese, ma potrà essere un'iniezione di fiducia.

    Il tema, l'alimentazione, e lo svolgimento prescelto, con edilizia e mobilità sostenibile, possono essere un volano per rimettere in moto processi economici e sociali positivi.

    I rischi sono tanti, da quelli di esclusione sociale, a quelli ambientali, passando per quelli di truffa. Il passato come per i mondiali di calcio di Italia '90 pesa, eccome.

    Un paese come la Spagna ha realizzato attraverso una lunga serie di eventi come l'Expo di Siviglia e le Olimpiadi di Barcellona un pezzo della sua risalita dopo la dittatura franchista.

    Le imprese edilizie sono state senz'altro aiutate da questo, però adesso competono a livello internazionale. In Italia le uniche attribuzioni a gara d'appalto di tratte dell'alta velocità ferroviaria, come il nodo di Bologna sono andate a imprese spagnole, con ribassi del 40% della base d'asta.

    Certo si tratta di sviluppo quantitativo, novecentesco. Milano Expo2015 si propone come modello sostenibile, usando almeno a parole i paradigmi dell'agenda 21 nata alla Conferenza di Rio de Janeiro nel '92. Ciò non significa che sarà a impatto zero, né ambientale, né sociale.

    Potrebbe però diventare un modello avanzato rispetto ai tanti, troppi, progetti che stanno invadendo Milano e la Pianura Padana di cemento, magari firmato da architetti star, ma che non hanno una vera definizione per l'uso.

    La sfida è questa. Enorme e rischiosa. Da verificare passo passo, con la partecipazione dei cittadini, finora assenti da questa scelta di futuro.

  • AMBIENTALISMO DEL FARE. L’AMBIENTE AL CENTRO DELLA POLITICA E DEL…


    Intervento di Joschka Fischer

    Per un periodo della mia vita ho vissuto negli Stati Uniti. E’ stata un’esperienza stimolante e di grande interesse, ma che mi ha fatto crescere dentro una grande e forte nostalgia dell’Europa.
    E cos’era che mi mancava di più? La differenza tra Starbucks e l’espresso, certo. Ma soprattutto questa Europa con le sue differenze, il legame tipicamente europeo tra tradizione e tempi moderni. E penso che non esista un luogo che rappresenti così tanto e così bene questa caratteristica come la Toscana, come Firenze. Vengo qui da molti decenni. E mi meraviglio di sentire che proprio in questa regione che è la madre della modernità europea, in questa città dove è nato il rinascimento, qualcuno abbia promosso un referendum per impedire di fare una tramvia. Francamente non lo capisco. Cosa si può mai dire contro una tramvia?
    Anche io – nonostante sia un ecologista - guido volentieri l’automobile, ma considero indiscutibilmente più importante realizzare delle moderne infrastrutture di trasporto pubblico.
    Tanti anni c’era chi si opponeva alla creazione di aree pedonalizzate nelle città. Adesso proprio a Firenze non si vuole la tramvia. Posso solo dire che evidentemente ci sono persone che non hanno capito in cosa consiste la sfida del futuro.
    Alcuni questa sfida la videro con grande anticipo. Un’associazione nata in Italia, il Club di Roma, nel 1972 pubblicò un rapporto che parlava dei limiti della crescita. Lì venne coniata una formula che spiega che il 20% dell’umanità gode dei benefici del mondo, mentre l’80% ne è escluso. Che il 20% dell’umanità causa l’80% dei problemi ambientali, mentre l’80% dell’umanità causa solo il 20% dei danni all’ecosistema. Questo, care amiche e cari amici, nel lontano 1972.
    Oggi viviamo un processo di profonda trasformazione ambientale, con le economie di Paesi come Cina e India che si sono messe in marcia. Vuol dire 2 miliardi e mezzo di persone in marcia verso un maggiore benessere. Io, francamente, non ho nessun argomento valido per dire che queste persone non dovrebbero ambire ai nostri stessi standard di vita.
    Hanno tutto il diritto di volerli. Ma se ci raggiungono, allora la formula da usare non sarà più del 20% contro l’80%, bensì del 50% e 50%, o addirittura del 40% e 60%. E questo produrrà fortissime ripercussioni sull’ambiente globale. L’unica risposta efficace è una maggiore cooperazione internazionale. Se le nazioni ricche non cominciano a puntare su energie rinnovabili e efficienza energetica, se questo non diventa il centro della loro preoccupazione politica, allora le conseguenze della crescita di queste grandi nazioni emergenti saranno fatali per tutti, per noi come per loro. Una nuova politica energetica non è solo una questione nazionale o internazionale, ma anche una questione locale. E in questo consiste il significato della scelta di una città come Firenze di mettere in campo una politica ambientale e dei trasporti capace di coniugare tradizione e modernità, e che abbia il consenso della maggioranza dei cittadini.
    Care amiche e cari amici, l’Europa è il nostro futuro. Senza un’Europa forte, neanche i quattro Stati europei più grandi - Francia, Germania, Italia e Gran Bretagna – potranno garantire i loro interessi. E proprio sul fronte ambientale gli sforzi congiunti saranno decisivi. Ma lo stesso discorso vale anche per l’economia, i diritti umani, la sicurezza sociale. Nell’Europa a 27, mi consentirete di dirlo in amicizia con il vostro Paese, è vero che tutti gli Stati, piccoli e grandi, hanno lo stesso valore, ma le responsabilità sono diverse: se un piccolo Paese attraversa una crisi è un problema dalle ripercussioni circoscritte, se lo stesso accade a un grande Paese, le ripercussioni sono europee.
    Forse perché amo molto l’Italia, perché è il Paese cui sono più legato dopo il mio, mi permetto di dirvi che l’Europa ha bisogno di un’Italia forte: non possiamo rinunciarci.
    Noi europei dobbiamo lottare uniti contro i cambiamenti climatici e questo significa anche modificare le nostre abitudini energetiche, riducendo e rendendo più efficienti i consumi, realizzando una politica europea dei trasporti, inclusa l’alta velocità ferroviaria. Ma soprattutto dobbiamo impegnarci perché dopo il 2012 si arrivi a un’effettiva politica di riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra. Si tratta anche di una questione economica, che ha a che vedere con i posti di lavoro. Perché l’industria automobilistica americana è in crisi? Ci sono ragioni economiche interne, certo, ma dipende anche dal fatto che è arretrata rispetto a quella giapponese e a quella europea, perché si basava e si basa ancora sul basso costo della benzina. I costi bassi dell’energia sono nemici ell’innovazione e questo esempio lo dimostra. E, dopo aver vissuto per un anno negli Stati Uniti, posso dirvi che questo vale anche per altri settori, come ad esempio per l’edilizia e l’efficienza energetica delle abitazioni. Insisto nel dire che parlando di ambiente, si sta parlando anche di sviluppo economico: chi vuole conservare posti di lavoro in Europa, lo deve fare puntando sull’innovazione tecnologica che contempla anche le questioni ambientali.
    Infine consentitemi di affrontare un ultimo aspetto. Dobbiamo fare di tutto per ridurre la nostra dipendenza energetica attraverso lo sviluppo delle fonti rinnovabili. Io penso che nel medio periodo saremo ancora dipendenti dalle forniture che arrivano dalla Russia, dal vicino e medio Oriente e anche dall’Africa. Guardando in particolare al rapporto economico tra Unione europea e Russia, e considerato che il peso economico della Ue è quindici volte quello della Russia e che la Russia ha bisogno della tecnologia e dei capitali europei, l’impressione è che l’Europa non faccia abbastanza per far valere la sua forza e la sua importanza. Gli europei hanno tutto l’interesse ad avere rapporti positivi, strategici e durevoli con la Russia. Ma in questo momento noi diamo segnali sbagliati al governo russo a causa della nostra divisione.
    E questo è segno di debolezza. Noi dobbiamo capire che siamo parte di un mercato comune. Se la Polonia o l’Ungheria domani avessero gravi problemi energetici, entro tre giorni in Italia, in Scandinavia, nel Benelux, in Germania, in Gran Bretagna, in Francia, addirittura in Spagna, tutte le aziende si fermerebbero, perché l’economia europea ormai è completamente integrata. Io credo che non ci possiamo più permettere l’illusione dei mercati nazionali energetici in un contesto simile. Per questo motivo auspico che si avvii urgentemente una comune politica energetica esterna, che veda coinvolti tutti gli stati membri.
    Care amiche e cari amici, in questo momento l’Italia discute altri problemi, ma le questioni che affrontiamo oggi in questo convegno sono le questioni decisive del futuro, anche per il vostro Paese. La gente vuole risposte anche per quanto riguarda la prospettiva dell’occupazione, il futuro della prossima generazione. E noi europei possiamo dare un contributo decisivo per conservare la nostra competitività nel XXI secolo, ma al tempo stesso per investire nel nostro futuro e in quello globale. Quindi l’Europa deve assolutamente mantenere e sviluppare la propria posizione sul fronte delle politiche ambientali e assumersi le proprie responsabilità. E spero anche, perché “ogni politica è locale”, che Firenze dia un segnale chiaro in occasione del referendum, lo dico con tutta la mia passione per le automobili, perché senza trasporti pubblici i problemi legati al traffico diventerebbero insostenibili. Perciò condivido l’idea di attraversare il nucleo storico di Firenze a piedi ma anche di servirsi una buona tramvia.Vi auguro quindi il migliore successo possibile.

    Firenze, 27 gennaio 2008

  • "QUELL'AUTOSTRADA DISTRUGGE LA PIU' BELLA CAMPAGNA DEL MILANESE"

    Levata di scudi contro la nuova autostrada nell'abbiatense: Sindaci, agricoltori e ambientalisti non si rassegnano alla nuova aggressioni di cemento e asfalto.

    La decisione del CIPE di approvare la prima tranche di finanziamento per il collegamento tra il raccordo Boffalora-Malpensa e la tangenziale ovest di Milano è una iattura, destinata a sconvolgere l'intero assetto del paesaggio agricolo più pregiato del Milanese, quello del distretto abbiatense-magentino, tutto inserito nel territorio del Parco Agricolo Sud Milano e del Parco della Valle del Ticino, ed aumentare ancora di più i livelli di traffico e inquinamento nell'area metropolitana.

    Dopo tanti progetti autostradali assiepati nell'area milanese, dalla Tangenziale Est Esterna alla Brebemi, dalla Pedemontana alla Rho-Monza, il nuovo, ennesimo, progetto autostradale rappresenta il colpo di grazia per l'ultimo lembo di pianura agricola che conserva ancora una grande qualità paesaggistica: il Parco del Ticino infatti è classificato “Riserva della Biosfera” dall'UNESCO, organismo internazionale che in proposito aveva già provveduto ad inoltrare un atto di diffida rispetto alle previsioni di nuove infrastrutture autostradali, e lo stesso Ministero dei Beni Culturali, nel 2006, era dovuto intervenire per cassare il progetto della nuova autostrada e richiedere, in sostituzione al nuovo tracciato, il semplice adeguamento delle strade già esistenti.

    A reagire alla notizia della approvazione della delibera CIPE sono gli ambientalisti di Legambiente e dei VAS - Verdi Ambiente e Società, insieme alla CIA, Confederazione Italiana Agricoltori e ai sindaci dei comuni interessati.

    “Restiamo in attesa di conoscere i dettagli del tracciato e del progetto della nuova autostrada prima di intraprendere qualsiasi iniziativa, ma siamo estremamente preoccupati per l'impatto dell'opera su un territorio che ha scelto, con investimenti pluriennali da parte di operatori pubblici e privati, di valorizzare la propria vocazione agricola per produrre alimenti di qualità e accoglienza agrituristica. Il blitz autostradista del governo uscente vanifica questi investimenti e porta nuovo traffico nell'area metropolitana milanese. Ci sembra semplicemente inconcepibile che il CIPE possa pensare di calare in un territorio alle prese con l'emergenza smog l'ennesima grande opera autostradale, che porterà con sè nuove occasioni speculative e determinerà la perdita definitiva di un patrimonio di acque e di nuclei rurali che non ha eguali in Lombardia”. Dichiarano congiuntamente Damiano Di Simine, presidente Legambiente Lombardia, Marco Menichetti, direttivo regionale VAS, Paola Santeramo, presidente CIA Milano-Lodi e Domenico Finiguerra, sindaco di Cassinetta di Lugagnano in rappresentanza dei piccoli comuni dell'abbiatense.

  • LA SOSTENIBILITA’ AMBIENTALE NEL TERZIARIO AVANZATO.

    Nella nostra società le immissioni inquinanti condizionano fortemente la salubrità del nostro ambiente e la vita delle persone.
    Il quinto convegno nazionale Immissioni ed Emissioni - ideato e organizzato dall’associazione Verdi Ambiente e Società, con il contributo di Fondazione CARIPLO e Provincia di Milano e il patronato della Regione Lombardia – si occupa di lavoro, commercio e sviluppo delle città, con particolare attenzione ai poli del terziario e ai palazzi uffici, luoghi dell’eccellenza e dell’innovazione, creatori di benessere ed erogatori di servizi di qualità ma, purtroppo, anche sorgenti di emissioni inquinanti, rifiuti e sprechi energetici.
    E’ proprio in questi luoghi che si può intervenire per ridurre le immissioni nocive nell’ambiente, attivando azioni di informazione, sensibilizzazione e formazione, ricerca e sviluppo tecnologico.
    Il convegno si pone quindi gli obiettivi di segnalare le emergenze attuali, analizzando scientificamente le cause e gli effetti degli inquinamenti acustico, luminoso, elettromagnetico e atmosferico prodotti dalle aziende, di presentare casi e progetti virtuosi, di proporre nuovi percorsi di qualità per la certificazione di politiche pubbliche e scelte aziendali a favore della sostenibilità ambientale.
    Il convegno rappresenta anche un’importante occasione di riflessione sui temi territoriali, dello sviluppo dei servizi di mobilità e dei cambiamenti in atto nella nostra società. Di fronte alla continua evoluzione delle realtà metropolitane, ci si interroga sulla qualità dei grandi interventi - attuali e futuri, italiani e stranieri - di trasformazione urbana, proponendo soluzioni e approcci metodologici per la minimizzazione degli impatti emissivi direttamente collegati alla creazione di spazi moderni dedicati al lavoro, ai servizi, al commercio e alla socialità.

    Per Informazioni:
    Vas Lombardia
    Anna Bruneri
    Tel. 02 - 66 10 48 88
    fax. 02 - 89 07 60 20
    email: segreteria@vaslombardia.org

  • VAS e FIAB al Sindaco Moratti: Milano come Praga. Costruiamo la prima…

    Milano, 8 novembre 2007 - Grandi Stazioni spa, società controllata da FS Italia, gestisce 16 stazioni ferroviarie, di cui 3 in Repubblica Ceca. A Praga, per il piano di ristrutturazione della stazione ferroviaria, ha proposto alle associazioni la realizzazione di una BiciStazione e delle altre opere utili per favorire l’intermodalità treno + bici.

    A Milano Grandi Stazioni spa e Amministrazione comunale hanno ideato e autorizzato i lavori di ristrutturazione strutturale della stazione Centrale. Nulla di significativo, però, è stato progettato per i ciclisti.

    Alla vigilia dell’apertura della prima Conferenza nazionale della Bicicletta, l’associazione ambientalista VAS - Verdi Ambiente e Società e FIAB – Federazione Italiana Amici della Bicicletta chiedono che la giunta Moratti - che ha ereditato il cantiere della stazione Centrale dall’amministrazione Albertini - intervenga per realizzare la “BiciStazione MILANO C.LE”.

    La stessa cosa potrà poi essere replicata alla stazione Garibaldi (gestita da Centostazioni spa), dove la recente ristrutturazione è terminata senza prendere in considerazione lo scambio intermodale treno-bici, alla stazione Rogoredo, dove sono in corso le grandi trasformazioni urbanistiche del nuovo quartiere Santa Giulia, in altre importanti stazioni FS (è in corso l’elaborazione di un accordo di programma per la riqualificazione delle aree ferroviarie dimesse) e presso i terminal di interscambio delle linee metropolitane milanesi.

    “Circa 100 milioni di euro sono stati impegnati per i lavori alla stazione Centrale. Solo pochi spiccioli sono andati per qualche nuova rastrelliera.” – dichiara Marco Menichetti, responsabile dell’Osservatorio Immissioni di VAS – +“Favorire l’intermodalità e sviluppare azioni concrete a favore della mobilità ciclistica a Milano può invece avvenire solamente se si offrono le strutture e i servizi necessari di assistenza tecnica, riparazione e manutenzione, ricovero e noleggio delle biciclette nei luoghi attrattori di mobilità. La stazione Centrale, con i suoi 22 milioni all’anno di viaggiatori e i tantissimi visitatori e operatori economici che la frequentano, è il luogo ideale in cui far nascere la prima grande BiciStazione in Italia.”*

    La proposta di VAS e FIAB, contenuta in una lettera inviata oggi al sindaco di Milano Letizia Moratti e all’amministratore delegato di FS Italia Moretti è quella di investire immediatamente risorse economiche e progettuali per realizzare in piazza Duca d’Aosta, entro un anno, la “BiciStazione MILANO C.LE”. Costo stimabile dell’intervento è di circa 800mila euro, per garantire poi ogni anno circa 30.000 interventi di assistenza e riparazione biciclette, 200.000 alloggiamenti e custodia biciclette, decine di pacchetti-servizi e convenzioni di bike-sharing aziendale.

    VAS e FIAB si augurano che il sindaco Moratti – che si sta impegnando per promuovere una nuova immagine di Milano attenta all'ambiente e alla qualità della vita – voglia dare un segnale, anche simbolico, della rinnovata volontà di investire nella mobilità ciclistica a Milano.

  • KYOTO E CIP 6

    Alberi con le gemme, temperature primaverili in pieno inverno. I cambiamenti climatici sono giunti con un’accelerazione inaspettata, tanto da far discutere l’opinione pubblica, non solo gli addetti ai lavori.
    E’ il momento di reagire perché i danni all’ambiente potrebbero determinare problemi economici. Le pratiche per lo sviluppo sostenibile, nate con la Conferenza di Rio de Janeiro del 1992, si stanno dimostrando indispensabili affinché vi sia un futuro per le prossime generazioni. In realtà si stanno manifestando come timidi nell’affrontare i mutamenti, non a caso alla Conferenza di Nairobi del dicembre scorso è stato proposto un Kyoto plus, mentre abbiamo appena ricordato il secondo anniversario del Protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici.
    Con la recente finanziaria anche per l’Italia è iniziato il ventunesimo secolo, l'era dell'industria a bassa emissione.

    Kyoto internalizza i costi ambientali
    L'inizio del calcolo dei costi ambientali nell’industria, di fatto sancita dal Protocollo di Kyoto per la riduzione dell'emissioni dei gas che provocano l’effetto serra (l'anidride carbonica è il più famoso), mette in moto meccanismi di cambiamento paragonabili all’introduzione dell'euro. I Paesi che hanno iniziato ad attrezzarsi in anticipo sull'entrata in vigore del Trattato, siglato nel '97 in Giappone, sono quelli dove i benefici per le imprese che hanno sviluppato tecnologie di efficienza energetica, e riduzione delle emissioni, sono già percepibili.

    I danni del Cip 6 all'italiana
    Il recupero dei danni del vecchio Cip 6 varato nel '92 dal Comitato Interministeriale Prezzi per sostenere le energie rinnovabili, e usato, violando le norme europee, per l'incenerimento dei rifiuti e il riutilizzo dei gas di scarico delle raffinerie, sarà anch'esso duro. Abbiamo sprecato un’occasione per la sostenibilità da un miliardo e mezzo di euro all'anno. Se avessimo adoperato al meglio questi incentivi, come hanno fatto altri Paesi, avremmo più energia pulita e maggiore autosufficienza nazionale, e avremmo anche sviluppato filiere industriali per la produzione di elettricità da fonti rinnovabili e per il riciclaggio dei rifiuti.

    Milano emergenza rifiuti '95-'96
    Gli scenari e le opportunità positive elencate finora da oggi sono realtà, e come spesso accade, è ipotizzabile che la rincorsa possa portarci all'avanguardia. A Milano e provincia nel '95-'96 c'era l'emergenza smaltimento rifiuti, grazie a un forte incremento della raccolta differenziata e alla costruzione di impianti di trattamento, compresi nuovi inceneritori, siamo arrivati all’autosufficienza. Dopo quella fiammata arrivò il gelo del Cip 6, che bloccò l'ulteriore crescita di quell’esperienza, studiata in Europa per la velocità di realizzazione e per le tecnologie sperimentate.

    Lotta allo smog e alla congestione
    Un altro campo di applicazione di incentivi e disincentivi economici potremmo, e dovremmo, averlo nella lotta allo smog, a partire dalla Pianura Padana, dando priorità all'uso sbagliato delle automobili, sia per l'aspetto delle emissioni che per la congestione.

    Un patto per il futuro
    Serve un “patto” per le generazioni future, così come hanno saputo fare le parti sociali quando hanno accettato la sfida della riforma del sistema previdenziale. Ci saranno problemi, anche non previsti, ma dobbiamo credere ad un domani possibile e più felice, da perseguire con tranquillità e determinazione, in altri paesi europei è già realtà.

    Fabio Fimiani

  • LA GRAMEEN FA BENE AL CREDITO. MICRO

    Luigi GuisoTratto dal sito www.lavoce.info

    Nei paesi in via di sviluppo la disponibilità di piccole somme di denaro in prestito può fare una differenza fondamentale per la possibilità di sopravvivenza di milioni di persone. Un prestito di cinquanta euro può consentire ad un artigiano di acquistare la raffia e i giunchi per fare cestini e salvarlo dalla fame; oppure ad un agricoltore con un piccolo appezzamento di terreno di ottenere le sementi e programmare un raccolto o irrigarne uno già in essere, consentendogli di mantener in vita se stesso e la famiglia. Piccole iniziative, ognuna potenzialmente profittevole ma che non trovano modo di essere finanziate sul mercato. Questi minuscoli imprenditori non sono clienti appetibili per un intermediario bancario tradizionale. Trattandosi di prestiti mirati a iniziative molto specifiche l’alea e quindi la probabilità di default sono elevati. D’altra parte la dimensione del prestito è così piccola da non rendere conveniente iniziare le azioni legali di recupero in caso di default. E senza una minaccia credibile di azioni di recupero da parte della banca, il debitore non avrebbe incentivo a ripagare il prestito, neanche quando i suoi affari dovessero andare bene. Trattandosi di persone indigenti, non posseggono beni e non hanno niente da offrire in garanzia. Rimangono condannati alla esclusione dal mercato del credito e quindi alla povertà.

    Il "miracolo" di Muhammed Yunus

    Muhammed Yunus, economista nativo del Bangladesh educato negli Stati Uniti, oggi meritato premio Nobel per la pace, agli inizi degli anni settanta, durante una carestia che affliggeva il suo paese, ebbe un assillo. Come alleviare la fame di molti facendo arrivare piccoli finanziamenti alle persone che necessitavano un prestito garantendosi al tempo stesso la restituzione del capitale e degli interessi, così da poter riprestare quei quattrini ad altri bisognosi.
    Egli iniziò a concedere piccoli prestiti a una persona che ne aveva necessità a condizione che facesse parte di un gruppo di altri debitori, appartenenti alla stessa comunità. Il prestito veniva concesso senza garanzie e sulla parola. Il debitore si impegnava alla sua restituzione, che in genere avveniva a piccole rate con frequenza elevata, ad esempio ogni settimana.
    Inizialmente i prestiti erano destinati sia agli uomini che alle donne. Molto presto si scoprì che la probabilità di restituzione del prestito era molto più elevata per le seconde che per i primi. Si decise così di prestare specificamente e principalmente alle donne. Oggi la quasi totalità dei prestiti concessi dalla Grameen Bankla banca di Yunus – va ad esse. E’ stato argomentato che la ragione per cui le donne sono debitori più affidabili è perché gli uomini bevono e sciupano i soldi al bar, pregiudicando le possibilità di ripagamento. Probabilmente vi è anche questo. Ma si tratta della manifestazione di un tratto più generale che differenzia maschi e femmine: la ricerca empirica ha mostrato che le donne sono più avverse al rischio degli uomini. In generale, è quindi meno probabile che facciano scelte così rischiose da pregiudicare la possibilità di ripagare il debito. Una seconda ragione è che le donne, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, hanno meno opportunità degli uomini. L’accesso al credito ha maggior valore per le donne che per gli uomini. Pertanto avranno forti incentivi a preservare una reputazione di buone ripagatrici per garantirsi l’accesso al credito nel futuro.
    Ma il successo del microcredito e del meccanismo messo in piedi da Yunus riposa su una intuizione più profonda e rivoluzionaria. Ciò che Yunus capisce è che le azioni legali – la richiesta di far rispettare il contratto di credito davanti a un giudice o un tribunale - non sono l’unico meccanismo per garantire il rispetto di una promessa. Noi essere umani siamo sensibili al giudizio che delle nostre azioni danno i nostri colleghi, i nostri vicini, i concittadini, gli amici. La visibilità delle nostre azioni da parte delle persone che appartengono alla nostra cerchia sociale funziona da deterrente e disciplina le nostre scelte. Ciò vale anche per la decisione di onorare o meno la promessa di restituzione di un prestito.

    Come si costruisce un capitale sociale

    Ma come costruire questo meccanismo quando, come spesso accade nei paesi in via di sviluppo, vi è notevole carenza di capitale civico? Questa la risposta di Yunus: inserendo il debitore all’interno di un gruppo, con cui interagisce e condivide le difficoltà gli ostacoli a portare avanti la sua iniziativa. In questo modo, non solo Grameen Bank contribuisce ad accrescere gli investimenti e lo stock di capitale fisico, ma crea anche lo stock di capitale sociale che rende la promessa di restituzione del prestito credibile senza il ricorso al troppo costoso sistema legale. Nei paesi in via di sviluppo può essere meno oneroso costruire fiducia che cercare la protezione dei tribunali.
    La rilevanza di questa intuizione travalica l’ambito del credito. Il capitale sociale ha due importanti caratteristica: in primo luogo, una volta in essere si deprezza molto lentamente; se internalizzato da una comunità tende a perpetuarsi di generazione in generazione. Non vi è capitale fisico che possa vantare un tasso di deprezzamento così basso. In secondo luogo, è capitale non specifico: una volta in essere serve per ottenere credito più facilmente ma è utile per ottemperare a qualunque tipo di accordo tra membri di una comunità, favorendo la cooperazione tra individui.
    Inventando un modo nuovo di fare credito, Yunus ha contribuito a dotare i paesi in via di sviluppo di nuove istituzioni che facilitano non solo il superamento contingente della povertà ma pongono le basi per un superamento duraturo.

    18-10-2006

    Immagine tratta dal sito www.infomedya.org

  • L'ITALIA E IL PARTENARIATO PER IL DISARMO NUCLEARE E CHIMICO

    Su questi temi il 19 ottobre a Roma presso la Biblioteca del Senato, Green Cross Italia chiama a discutere esperti internazionali e nazionali.
    Coinvolti Ciampi, Scalfaro, Montalcini e le presidenze delle Commissioni esteri di Camera e Senato. Un'occasione di confronto e di dialogo unica.

    Circa quattro anni fa (2002) al Summit del G8 di Kananaskis in Canada, il Global Partnership contro la diffusione delle armi e materiali di distruzione di massa (WDM) si impegnò ad aiutare l'ex Unione Sovietica a mettere in sicurezza e smantellare le sue armi nucleari, chimiche e biologiche ed i sistemi correlati.

    I membri della Global Partnership decisero di investire 20 miliardi di dollari nel giro di 10 anni (10 miliardi di dollari dagli Stati Uniti e 10 miliardi da altri paesi donatori ) - "10 più 10 in 10".

    Ad oggi, 18 miliardi sono stati stanziati da 24 donatori, inclusa la Russia. Sono state distrutte migliaia di testate nucleari, migliaia di tonnellate di armi chimiche, dozzine di sommergibili a propulsione nucleare ed altri sistemi correlati delle WMD. Ma finora solo 4 miliardi dei fondi del Global Partnership sono stati spesi, e molte altre armi e sistemi di lancio devono ancora essere smantellati. L'Italia si è impegnata per un miliardo di euro, e da quest'anno sta iniziando ad implementare concretamente alcuni progetti di assistenza.

    Su questi temi Green Cross Italia, insieme al proprio network e ad altri partner, ha convocato per il prossimo 19 ottobre a Roma, una tavola rotonda internazionale. Con questo vogliamo rendere pubblici opportunità e problemi evidenziati da chi, come noi, è da anni impegnato su questo terreno. Un punto di vista che, a parte incontri governativi, difficilmente arriva ai cittadini. Un punto di vista basato sull'esperienza pluriennale maturata sui siti oggetto degli interventi e fatto di coinvolgimento delle popolazioni locali, alle quali offriamo assistenza specifica, sia sulle loro condizioni sociali e mediche sia sull'ambiente nel quale vivono.
    La tavola rotonda e lo scambio dei punti di vista discuteranno sui programmi cooperativi ad oggi avviati, principalmente lo smantellamento e la messa in sicurezza dei sommergibili a propulsione nucleare, i correlati materiali nucleari, la distruzione di stock di armi chimiche in Russia, e potenziali progetti italiani nelle aree interessate dalle armi nucleari e chimiche.

    La partecipazione è libera previa registrazione.

    Elio Pacilio
    Vicepresidente esecutivo
    Green Cross Italia

  • QUESTA È MODERNITÀ E INNOVAZIONE

    Chiedere che le grandi infrastrutture siano sottoposte, oltre che a una valutazione di impatto economico e ambientale, a un giudizio di utilità trasportistica credo sia segno di attenzione ai temi
    dell'efficienza dell'azione della pubblica amministrazione e dell'efficacia della spesa pubblica. E il giudizio di utilità trasportistica sulla proposta di realizzare nell'Est milanese, tra Agrate e Melegnano, una nuova Tangenziale a pedaggio e a tre corsie per senso di marcia, l'hanno dato circa tre anni fa i 35 sindaci riuniti nell'Associazione dei Comuni per la mobilità sostenibile. Lo studio dei primi cittadini (redatto da Polinomia, Milano, 2003) ha stabilito la scarsa utilità della nuova autostrada milanese, incapace di rispondere alla domanda di mobilità, che è soprattutto una domanda locale.
    Un tipo di domanda che deve trovare risposte, soprattutto in ambito locale. I dati dei sindaci parlano chiaro: la tangenziale Est esterna non serve a risolvere il caos viabilistico sulle strade Rivoltana, Cassanese, Paullese e Cerca. Serve piuttosto il potenziamento della rete esistente, occorre risolvere i principali nodi viabilistici (l'intasamento dei centri abitati) e connettere alla rete viabilistica
    potenziata i centri di scambio intermodale gomma-ferro ad Agrate, Gorgonzola, Melzo, Paullo e Melegnano. Più in generale, c'è necessità di fare funzionare il sistema della mobilità nell'Est milanese, non di collegare due punti - Agrate e Melegnano - mediante una nuova autostrada. A problemi complessi servono risposte complesse. Non soluzioni semplicistiche, costose, dagli esiti incerti e lontani nel tempo, di forte impatto sul sistema economico agricolo e su quello ambientale. Non si tratta di "dire no", si tratta di dire sì alle opere utili, alle strade utili, alle soluzioni efficaci, poco costose, non impattanti: opere che non fanno titolo sui quotidiani, ma che gli automobilisti apprezzerebbero. È inutile dare la colpa ai sindaci, agli ambientalisti, ai comitati, ai Verdi. È l'approccio culturale, tecnico e politico alle grandi opere che è sbagliato. Un approccio che vorrebbe essere risolutivo, ma che invece non fa che rinviare la soluzione dei problemi. Questa per me è la modernità e l'innovazione, le grandi opere hanno dimostrato di non avere questi requisiti fondamentali. Il trasporto pubblico nell'Est milanese: senza un'inversione di tendenza, anche in questa parte dell'area metropolitana la mobilità di merci e persone rimarrà un problema. E i promotori di autostrade di questo aspetto non parlano mai. Infine, esiste il problema, annoso, dei
    finanziamenti. Le risorse sono scarse, anzi scarsissime. Occorre individuare le opere prioritarie e su queste fare convergere i soldi disponibili. Ma la carenza finanziaria è strutturale, allora servono
    coraggio e innovazione.
    Per questo i Verdi propongono il ticket di accesso degli autoveicoli, non limitato alla cerchia dei Navigli, ma esteso all'area metropolitana milanese. Un sistema automatizzato, integrato al trasporto pubblico locale, con tariffazione variabile in base al punto di accesso: centro storico, confini di Milano, prima e seconda fascia di Comuni dell'hinterland. Con i proventi si finanzierebbero sia i trasporti pubblici sia le strade utili. Domanda finale: chi sono allora gli antimodernisti, i conservatori?

    Dimenticavo. Non sono il capofila del partito antiTav in Val Padana, ma un amministratore pubblico con qualche anno di esperienza alle spalle.

    [ Intervento tratto dal Riformista del 30 giugno 2006 ]

    Pietro Mezzi, Assessore al territorio, parchi, Agenda 21, mobilità ciclabile, diritti degli animali della Provincia di Milano

  • NO TAV: I TRENI UTILI IN EUROPA GRAZIE AL RADDOPPIO DEL GOTTARDO

    Le rotaie che vogliamo sono quelle europee, quelle utili, quelle che uniscono sottoterra, e uniranno ancora di più dal 2012 (salvo imprevisti), il Canton Ticino al Canton Uri, la confederazione elvetica di lingua italiana a quella di idioma tedesco, l'Italia al Centro Europa.
    Il secondo traforo ferroviario del Gottardo è simbolo, metafora viva, dell'insieme della comunità europea che supera i confini amministrativi e linguistici.

  • IL DIRITTO DEI GENI

    La conoscenza è scarsa in un mondo di brevetti. E' il limite, o meglio il pericolo, esplicitato a "Scienza e società", il secondo congresso internazionale del Consiglio dei diritti genetici, che si è svolto a Lastra a Signa, vicino a Firenze.
    A Villa Caruso Bellosguardo, un'incantevole dimora con annesso giardino all'italiana, per tre giorni scienziati, giuristi, politici e società civile si sono confrontati sulla governance dell'innovazione
    biotecnologica.
    Il quadro emerso è quello del rischio, in parte già in atto, della paralisi della ricerca di base, perché l'uso strumentale dei brevetti fatto dalle grandi imprese senza una loro ridefinizione a favore dei beni comuni, cosa peraltro possibile secondo l'ex giudice costituzionale Valerio Onida presente tra i relatori, non permetterà un utilizzo sociale delle nuove scoperte scientifiche. L'estremizzazione finanziaria, utilizzata da venture capital nel proporre ai mercati ipotesi di applicazioni genetiche o proteomiche per nuovi farmaci pubblicizzati impropriamente come miracolosi, sta portando, e porterà, al reperimento di ingenti risorse economiche a favore di ipotesi, non di realizzazioni. Questo meccanismo è il contrario della filosofia dei brevetti, che in origine consentiva alle imprese di rientrare degli investimenti fatti attraverso lo sfruttamento commerciale delle invenzioni dell'ingegno. Attualmente, invece, non solo si mettono i brevetti o il copyright sul vivente privatizzandolo (sia esso un gene o un algoritmo), ma, grazie al clima culturale di determinismo ed estremismo riduzionista, si blocca l'uso sociale della scienza, che grazie a quest'uso perde anche di credibilità per gli errori provocati dallo sfruttamento inadeguato delle scoperte. In tale situazione si inseriscono le riforme universitarie iniziate nel '90, che hanno visto diventare gli atenei le sedi della ricerca esternalizzata dell'industria, e che hanno provocato il clima favorevole alla "indispensabilità" dello scienziato-imprenditore, anziché del ricercatore "puro", quello che, attingendo anche dalle conoscenze altrui, può consentire alla comunità umana di migliorare le proprio condizioni di vita. L'esito finale del processo in corso potrebbe essere di sguarnire completamente la ricerca di base, che deve permettere di fare scoperte per la società e di controllare le immissioni di nuovi materiali
    e organismi viventi nella biosfera, non solo nell'onnipresente mercato. L'open source (licenza con codice aperto) può essere una delle risposte alla pervasività del mercato, così come la ridefinizione del campo di azione dei brevetti. Queste sono due proposte possibili emerse dal dibattito per ristabilire un equilibrio nel rapporto tra scienza e società, e sottrarlo al quasi monopolio con l'industria al quale le multinazionali, soprattutto della chimica e dell'agrobusiness, vorrebbero relegarlo. La sfida è iniziata a partire dalla nefasta abdicazione della politica dal government, che necessita dell'apposita scienza macchiavellica, alla "semplificazione" della governance, richiamata in modo garbato ma inequivocabile, dal presidente del Censis Giuseppe De Rita. La sfida al nuovo paradigma biotecnologico è iniziata e vede l'Italia all'avanguardia nel metodo, in nessun'altro paese europeo vi è stata un'alleanza così composita, dai consumatori ai produttori, e da destra a sinistra delle forze politiche. Il risultato di questa inedita alleanza, dalla quale è nata la coalizione "Liberi da ogm", ha consentito di rimettere in discussione l'assioma per cui la tecnologia e la scienza sono un bene in sé, a prescindere. Ciò è avvenuto in un processo di governance "degenerato", grazie anche all'alfabetizzazione di tutti i soggetti coinvolti a partire dai cittadini, che hanno dimostrato di essere più maturi e consapevoli di quanto descrivono, e vorrebbero che fosse, la casta ristretta di portatori di interessi particolari e speculativi.

    Questa governance "modificata" ci riporterà al government? Probabilmente no, anche se l'auspicio resta, intanto nuove strade di partecipazione e di riaffermazione dei beni comuni e della cosa pubblica si fanno strada. Ed è utile alla società, in sé.

    Fabio Fimiani
    www.consigliodirittigenetici.org

  • JOSCHKA KOMT

    “Grazie Joschka. Sono commosso. Siamo maturi grazie a te, e con il tuo arrivederci ci indichi ancora una volta la strada per tornare al governo con ancora maggiore credibilità, capacità e umiltà. Orgogliosamente verdi.”

    E' un formidabile passaggio politico quello appena avvenuto in Germania per i Grunen e per tutti gli ecologisti europei, e non solo. L'essersi confermati sopra l'8% dopo sette anni di guida del paese anche con scelte impopolari ma indispensabili, e per la prima volta con una estrema sinistra non appannaggio dei figli di Honecker (seppur demagogica e incapace di declinare un modo diverso per condurre il paese), è straordinario.
    Ci proietta in modo irreversibile tra le forze politiche del secolo appena iniziato.
    E' incredibilmente lucida (almeno per noi italiani), da statista, la nuova strada indicata da Joschka: l'opposizione, perché così hanno deciso gli elettori, e soprattutto, interpreto liberamente, perché in questo modo il lavoro dei primi due governi tedeschi ai quali i Grunen hanno partecipato potrà essere
    meglio capito nella sua importanza e capacità di pensare al futuro, e non solo alla contingenza di
    una rielezione. Assolutamente da valorizzare è la scelta di lasciare la guida del partito e di assumere ruoli di minore impatto, un gesto che permetterà una crescita collettiva che arricchirà tutto il partito.
    Nel '90, dopo la caduta del muro, che i Verdi tedeschi non riuscirono a interpretare, Joschka e soci rimasero fuori dal parlamento per lo sbarramento al 5%. Ripartirono dalle città, dai laender, e quando sette anni fa arrivarono al governo erano davvero pronti e preparati per condurre un paese da ottanta milioni di abitanti, potenza industriale globale. Ed erano, e lo sono stati, come dimostrano i
    risultati di domenica, non solo nei tradizionali settori in cui spesso ci confiniamo, ma anche nella politica estera, nella sanità, nell'agricoltura.
    Oggi la Germania appare assai modificata rispetto al '98, morfologicamente e anche dal punto di vista industriale. Sono sicuro che dopo l'attuale fase lo sarà ancora di più perché i Grunen avranno ripreso i fili di questa trama, per infittirla ancora di più.

    Arrivederci Joschka.

    Milano - Sesto San Giovanni 21 settembre 2005

    Fabio Fimiani

    Joschka Komt (come annunciavano i tabelloni elettorali quest'estate): i comizi di Joschka, oltre 70 per 14.000 chilometri percorsi. Esempio di innovazione ecologista anche nella comunicazione politico elettorale: declinazione di antichi sistemi con le nuove scoperte scientifiche.

  • Messaggio pacifista al concerto italiano della dark band “The…


    di Danilo Lenzo


    Un bacio contro la cultura del nemico.
    Robert Smith, leader della dark band inglese “The Cure”, per la prima volta ha stigmatizzato pubblicamente l’atteggiamento ostile che l’Occidente ha assunto nei confronti del mondo arabo. L’occasione è stata offerta dall’unico concerto italiano che la band ha tenuto ad agosto nella suggestiva cornice del Teatro Greco di Taormina.

    Il ritornello “Killing an arab” (uccidendo un arabo) dell’omonima canzone è stata appositamente trasformato in “Kissing an arab” (baciando un arabo). Il brano appartiene all’album “Three immaginary boys” del 1979 ed è ispirata al libro “Lo straniero” di Albert Camus.

    Il concerto ha richiamato fan da tutta Italia e anche dal Nord Europa. Il sound dei Cure, con le tipiche atmosfere malinconie, ha conquistato tre generazioni. La band nasce nel 1976, nella zona di Crawley, come “Easy Cure”, per poi diventare nel 1978 semplicemente “The Cure” (La Cura).

    Smith con la sua faccia pallida, i capelli super cotonati, il rossetto rosso sbavato, l’abbigliamento nero e la voce malinconica ha ispirato anche scrittori e registi come Tim Burton (il protagonista del film “Edward mani di Forbice”, per esempio, richiama palesemente l’immagine del leader dei Cure). Anche affermati musicisti italiani della nuova generazione trovano ispirazione nella musica di Smith: è il caso dei Verdena.

    Il concerto di Taormina è durato oltre 3 ore. Robert Smith ha mandato in deliro il pubblico eseguendo molti brani di album storici come “Three immaginary boys” (1979), “Kiss me, Kiss me, Kiss me!” (1987); “Disintegration” (1989).

    La band presto tornerà in studio per incidere un nuovo disco da pubblicare nel 2006.

    • photo: Walter Silvestrini
  • NEL BOSCO DELLE STREGHE E' NATO IL FORUM DI RESISTENZA AMBIENTALE

    di Danilo Lenzo


    È nato il “Forum di resistenza ambientale del Ticino”, a cui hanno aderito molte associazioni e comitati dell’Abbiatense, del Magentino e del Castanese, tra questi: Collettivo Rosso Magenta; Comitati No Tangenziale; Folletto di Abbiategrasso; Vas Ticinia; Comitato No Centri Commerciali. Il coordinamento si propone di difendere il territorio affrontando diverse emergenze di carattere ambientale: dalle grandi infrastrutture all’inquinamento elettromagnetico e atmosferico.

    Il Forum è stato costituito in occasione del presidio organizzato, dal 15 al 31 luglio, da Vas Ticinia nel bosco delle streghe (busc dì strìì), un terreno di Castellazzo de’ Barzi. La manifestazione, che ha coinvolto centinaia di persone, soprattutto giovani e famiglie, è servita a sensibilizzare l’opinione pubblica contro il progetto dell’Anas che prevede la realizzazione di una superstrada, a quattro corsie, lunga 20 chilometri, di collegamento tra Magenta e Cusago. La spesa complessiva stimata è di oltre 162 miliardi di euro. La nuova lingua di asfalto si snoderà nelle aree protette del Parco del Ticino e del Parco Agricolo Sud.

    In autunno gli ambientalisti del Forum di Resistenza Ambientale del Ticino si occuperanno principalmente di aria e acqua proponendo, tra le altre cose, di fare rientrare le comunità dell’Est Ticino nell’area critica della provincia di Milano, perché spesso e volentieri sono superati i limiti di sicurezza delle nocive polveri sottili presenti nell’aria. In caso di superamento delle soglie di sicurezza degli inquinanti atmosferici, i provvedimenti di limitazione del traffico sarebbero automatici e obbligatori e non legati alla sensibilità ambientale dei singoli sindaci.

  • ENERGIA PULITA E RINNOVABILE IL FUTURO CHE C'E' GIA' !

    La diffusione delle “energie pulite da fonti rinnovabili” dipende chiaramente da una decisione precisa che deve prendere la classe politica. In Germania sono installati oltre 600MW di pannelli solari fotovoltaici ( fonte PHOTON ) l’equivalente di una centrale nucleare. In Italia soltanto 5MW. La causa di questa arretratezza è di natura normativa. In Germania ogni impresa o cittadino può rivendere l’energia prodotta in eccesso, rispetto ai suoi fabbisogni, dal suo impianto, ad una tariffa agevolata e garantita per 20 anni, e quel che ne ricava lo incentiva realmente contribuendo, assieme al risparmio ottenuto a rifarsi dei costi sostenuti per installare l’impianto stesso.
    Anche in Italia il Dlgs 387 2003 ha istituito un simile sistema detto “conto energia” cui doveva seguire entro un anno la determinazione delle tariffe… ma il suddetto decreto non è stato mai attuato! L ’esperienza dei paesi del nord Europa ( Danimarca, Germania ecc) dimostra che, seppure in presenza di minore irraggiamento solare, sono stati installati proficuamente un gran numero di collettori solare a beneficio dei singoli e della collettività. Anche in Italia, nel solo Trentino Alto Adige la quantità dei pannelli solari messi in opera è maggiore di quanti non siano quelli funzionanti in tutto il resto della nazione.

  • ARIA PULITA E FISICO IN FORMA CON LA BICICLETTA

    A Magenta proposta la costituzione di una ciclo – officina con parcheggio custodito nella stazione ferroviaria

    di Danilo Lenzo

    Pedalare è sempre meglio che inquinare. Il “Comitato No Tangenziale” di Magenta sta promuovendo una campagna di informazione per incentivare l’utilizzo della bicicletta e creare un parcheggio custodito per le due ruote nella stazione ferroviaria o in un adiacente capannone di proprietà comunale. L’obiettivo è di attivare un parcheggio, inizialmente di almeno cento posti, con annessa officina per piccoli interventi, vendita di accessori di base e noleggio di bici a prezzi calmierati. Un simile progetto è stato avviato con successo nel novembre del 2003 nella stazione metropolitana di San Donato Milanese, diventando un esempio nazionale. In poco tempo dagli iniziali cento posti per bicicletta si è passati a oltre quattrocento.

    La stazione delle biciclette di San Donato Milanese, che si vuole riprodurre a Magenta, ha permesso di raggiungere un duplice obiettivo: creare un punto intermodalità tra la bici e gli altri mezzi di trasporto e realizzare un centro di assistenza alla bicicletta e al ciclista.

    «Nonostante il freddo e i forti disagi provocati dai disservizi delle ferrovie, molti pendolari di Magenta raggiungono la stazione in bicicletta. – afferma Angelo Terraneo, esponente del Comitato e di VAS Ticinia - In media ogni giorno nella stazione ferroviaria sono posteggiate dove capita oltre cento biciclette. La proposta del parcheggio custodito, con annessa officina, quindi, può funzionare ma occorre il sostegno dell’amministrazione comunale. Utilizzare la bicicletta significa contribuire alla lotta contro l’inquinamento atmosferico».

    [continua... clicca sul titolo]

  • SANTO STEFANO [Il testamento di Gino]

    di Luigi Veronelli

    L'isolotto di Santo Stefano è il "resto" di una antica eruzione sottomarina, una successione di basalti e di tufi. Il più orientale e piccolo dell'arcipelago pontino, ha forma ellittica con un diametro massimo di 750 metri da est ad ovest, minimo 500 da nord a sud; la circonferenza è di 2 chilometri, l'altezza di 68 metri.

    Gli è stato dato il nome in onore di Santo Stefano, martire del 35 d.C.. Un suo discorso ripercorreva la storia di Israele, da Abramo a Gesù, e metteva in evidenza il disegno di Dio e l'infedeltà del popolo. Gran scandalo. Gli oppositori, furibondi, lo condussero fuori città e lo lapidarono.

    All'esecuzione era presente Saulo, il futuro Paolo apostolo, che: "approvava e stava a guardia dei mantelli dei lapidatori".

    Sì, alla bellezza e alla serenità sconvolgenti dei panorami, lugubre la storia. Già dagli imperatori romani, fu luogo di deportazione. Augusto vi relegò la figlia Giulia; Tiberio, Agrippina; Nerone, la moglie Ottavia, e qui la fece uccidere. Qualche secolo dopo, Ferdinando IV eresse l'Ergastolo (la E, maiuscola, è voluta: millanta i santi e i martiri che vi furono rinchiusi). Penitenziario eretto nel 1794-95 a tre piani, 99 celle e un cortile per l'aria dei carcerati.

    L'isolotto era stato acquistato, anni sessanta, da un vignaiolo mitico, Mario D'Ambra (meditava d'impiantarvi vigne di forrastera e di perèpalummo). Un suo contadino abitava quello che era stato - fuori dalle mura del carcere - una avanguardia. Grande sala con un camino e vari vani per gli ospiti, cacciatori, soprattutto da che l'isolotto ha fama per il passaggio di beccacce e beccaccini (il contadino, un genio, aveva provvisto ad una minima conigliera; ad ogni sacrificio ubriacava le bestiole di alcol, così che non avessero il rigor mortis).

    […]